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About ECM

Se questo fosse un serial TV americano piuttosto che un album ECM, suggerisce Gianluigi Trovesi, il brano che dà il titolo avrebbe dovuto circolare per primo, come episodio pilota. Il nucleo concettuale del lavoro va rintracciato in “Vaghissimo ritratto” stesso: Trovesi al clarinetto alto, Umberto Petrin al piano e Fulvio Maras alle percussioni ed elettroniche “spettrali”, si inoltrano attraverso una improvvisazione collettiva che include in una manciata di secondi finali, una minuscola citazione di “Da così dotta man” di Palestrina. Le parole di questo madrigale del sedicesimo secolo includono i seguenti versi:

Da così dotta man sei stato fatto
Vaghissimo ritratto
Che io non saprei ridir se viva sei
O se fai dolce inganni agli occhi miei.


Questa vivida immagine è diventata il filo ispiratore di una complessa tessitura su “Vaghissimo ritratto”. La parola “vaghissimo” ha in sè diverse sfumature. Può essere interpretata come indistinto o evanescente; come bellissimo in italiano arcaico. “Vaghissimo ritratto”, allora, è leggiadra sembianza, un’immagine meravigliosa, un’impressione incerta. Ci giunge dal madrigale di Palestrina l’idea di vita soffiata dentro l’arte, e, implicitamente, l’idea di labile confine tra vita e morte. Riferendosi retrospettivamente a Palestrina (c 1525-1594) il trio si collega al fiorire di sviluppo melodico nella musica d’arte occidentale. Si presta attenzione anche ai contemporanei rinascimentali di Palestrina: Orlando di Lasso (1532-1594), Luca Marenzio (1553-1599) e Claudio Monteverdi (1567-1643) come del resto al loro illustre predecessore Josquin Desprez (1450-1521). L’album è un viaggio attraverso la melodia. Nel momento in cui i musicisti si avvicinano a Monteverdi, questo diventa un “Ricercar vaghezza”, una ricerca della bellezza - “cercare non è lo stesso che trovare”, ammonisce Trovesi – e altri ritratti vengono abbozzati lungo il cammino. Nel diciannovesimo secolo i nostri musicisti incontrano diverse volte lo spirito di Alfredo Piatti (1822 -1901) compositore e violoncellista del “vicinato”, e come Trovesi stesso gravitante su Bergamo. Nel ventesimo secolo, riconoscendo che le piacevoli melodie sono diventate di competenza dei musicisti popolari, cantanti e cantautori, il trio guarda a Luigi Tenco (1938-1967) e allo chansonnier Jacques Brel (1929-78) con le loro impressionistiche immagini, rispettivamente, di una ragazza e di una città.

Da improvvisatori, Trovesi, Petrin and Maras trasformano consapevolmente tutto ciò che toccano ma il carattere di questa registrazione differisce dagli altri dischi ECM di Gianluigi, quello con l’Ottetto(che comprende Maras) o dal duo con il fisarmonicista Gianni Coscia. Mentre il duo Trovesi/Coscia è forte a sufficienza da poter suonare ovunque – potrebbero improvvisare all’aeroporto tra un volo e l’altro- e mentre l’Ottetto può galvanizzare il pubblico di qualsiasi jazz festival con il il suo entusiastico e potente rombo, il nuovo trio suona una musica più meditata e delicata, più simile alla musica da camera. Se qualcuna delle note suonate sembra ancora cosparsa di polverina esilarante-ad esempio “El Grillo”– l’humour risulta secondo lo standard jazz italiano razionato. Trovesi dice che c’è un tempo per il divertimento ma che è importante sapere quando fermarsi, “il che non significa che uno non possa esplodere in risa a sipario chiuso”.

Nessuno può accusare il nostro suonatore d’ance di prendersi troppo sul serio, e il suo progetto qui è tanto distante quanto si può immaginare dall’asserzione di Paul Bley che “la musica è attività che comporta dolore” C’è nondimeno una sincera intenzione, da parte di Trovesi, una motivazione prioritaria per “Vaghissimo Ritratto”, data la sua complessità tematica e i numerosi sottintesi, ed è quella di corrispondere al semplice desiderio di omaggiare alcuni maestri e di celebrare la musica che ama. Con caratteristico spirito democratico egli permette al cantautore Luigi Tenco di prendere posto, tra i compositori italiani, a fianco di Alfredo Piatti e Luca Marenzio. Una piacevole melodia è una piacevole melodia, in fondo.

Nel 2001, Gianluigi Trovesi e Umberto Petrin, già lavorando come duo, hanno partecipato a concerti commemorativi del centenario della morte di Piatti organizzati dall’Associazione Culturale Alfredo Piatti di Bergamo. Furono eseguite in quelle occasioni rigorose versioni delle composizioni di Piatti seguite da de-costruzioni jazz delle stesse operate dal duo. Fu chiaro ai due improvvisatori che Piatti avrebbe meritato ulteriori considerazioni e quando rivisitarono la sua musica in compagnia di Fulvio Maras, come sempre suggestiva e singolare, essi riuscirono a trovare nuove chiavi interpretative per le sue melodie.

Nato nel 1822, figlio del direttore dell’orchestra di Bergamo, Alfredo Piatti subì un lancio internazionale, come violoncellista, in occasione di un concerto, organizzato spontaneamente a Monaco nel 1843 in cui si esibì con Liszt, che rimase colpito dal suo modo di suonare e lo incoraggiò a continuare e a raggiungere Parigi per costruire la sua carriera. Da li si recò a Londra dove strinse amicizia con Mendelssohn e sposò Mary Ann Lucy Welsh, una cantante inglese che ispirò diverse tra le canzoni di Piatti che Trovesi e i suoi amici osservano da punti di vista distanti.

Ci sono nella sezione intitolata “Ritratto di A.P cinque diverse immagini di Alfredo Piatti,.” La prima, la seconda e la terza di queste sono presentate come “apparizioni”, dove il compositore rimanendo ben riconoscibile.“Primo apparir” inizia con accordi alla Satie messi in gioco da Petrin che infondono un clima oscillante in occasione del primo ectoplasmatico incontro con Piatti; essenzialmente una improvvisazione libera, richiama di tanto in tanto la canzone di Piatti “A Farewell”. Il “Secondo apparir” incorpora frammenti della canzone “O Swallow, Swallow”. Piatti risulta più definito nel “Terzo apparir” dato che larghe porzioni della sua composizione “The lover’s appeal” sono sparse all’interno dell’improvvisazione. I due seguenti “Ritratti di A.P.” sono assai meno ambigue letture di “My Little Maid and I” e di “Far Far Away”, suonate, in ogni caso, con considerevole libertà ritmica.

Gianluigi Trovesi aveva annunciato la sua ammirazione per “Orfeo” in un album ECM del 2001, “Charmediterranéen”, dove il suo “Sequenze Orfiche” aveva preso la Toccata di Monteverdi come base per una serie di variazioni per l’ Orchestre National de Jazz. Il Ritornello dall’ “Orfeo” rimane uno dei pezzi favoriti in musica da Trovesi che cita a sostegno l’affermazione di Bruno Maderna così espressa: “ Monteverdi aveva già inventato tutto ciò che noi tentiamo di ripetere”. Qui il tema di Monteverdi è suonato per poi essere reintegrato in “Grappoli orfici” dello stesso Trovesi. Il clarinetto diventa sempre più espressivo nel momento in cui Pertin tratteggia accordi cromatici che simbolizzano la lira pizzicata da Orfeo, mentre la melodia discendente evoca la scalinata che porta agli inferi.

“The Mirage” è un collage, ricorda molto l’improvvisazione, in cui si crea uno scenario quasi cinematografico. Trovesi, come solista, ha la capacità di trasformarsi in “cantastorie”, Maras(non sorprenda apprendere che è stato percussionista in orchestra sinfonica e che ha scritto musica per il teatro e la danza) e Petrin fanno sfoggio di un non comune uso della citazione. Trovesi spiega che il miraggio in questione è “un’apparizione del Figlio”, la discesa di Gesù dal Paradiso, un’immagine composta di frammenti e ancora frammenti, provenienti da "Nell'apparir del sempiterno sole" di Padre Francesco Soto e dalla villanella profana, d’anonimo, "La Pastorella si leva per tempo" che sono suonati sul pianoforte. Quando Cristo atterra, al salvo, nel deserto lo spirito della musica diviene medio-orientale e il clarinetto improvvisa su un bordone, mentre le percussioni elettroniche evocano zoccoli al galoppo.(nella registrazione Maras ha usato soprattutto un sampler AKAI, un dispositivo per percussioni Roland Handsonic e un computer Mac.)

Gli storici ci raccontano che John Dowland ammirasse molto Luca Marenzio, la cui villanella “Al primo vostro sguardo” è eseguita vivacemente dal trio. Compositore ‘mainstream’ del suo tempo, i suoi lavori furono più volte ristampati, Marenzio scrisse qualcosa come 400 madrigali, più di 80 villanelle, oltre ad essere prolifico autore di musica sacra. Nel sedicesimo secolo non c’erano ‘media’ da soddisfare, e se c’era il sostegno dei mecenati, un compositore aveva la possibilità di lavorare in pace. Luigi Tenco, venendo a tempi a noi assai più vicini, ebbe altri problemi. Fuori dei confini italiani, il cantante, se non del tutto sconosciuto, è noto per il fatto di essersi tolto la vita nel 1967, dopo che la sua canzone, interpretata anche da Dalida, era stata esclusa al Festival di Sanremo dalle giurie popolari prima e dai cosiddetti “esperti” poi. Il suo primo gruppo era stato una band, in cui suonava il clarinetto, influenzata dal jazz di Jelly Roll Morton; più tardi si cimentò con il sax contralto ne I Diavoli del Rock assieme a Gino Paoli ma si esibì anche al Santa Tecla, a Milano, con Giorgio Gaber ed Enzo Jannacci. Incappò nella censura più volte a seguito dei suoi testi, influenzati da amici poeti anarchici, e di certo deve aver sofferto più di Elvis durante il servizio militare obbligatorio. Una volta liberatosi da quest’incombenza ritornò al suo folto numero d’ammiratori come cantante; l’interesse per la sua figura è tuttora testimoniato dal numero di visite ai siti a lui dedicati, ai messaggi su blog e dal costante aggiungersi di nuove clip sul sito web U Tube. Nel 1974 è stato inaugurato il Premio Tenco. La versione di“Angela” che Trovesi dà sul cd del successo di Tenco del 1962, diviene un rispettoso ritratto di uno spirito indipendente...

Trovesi, che ha portato con sé a Udine diversi tra i suoi strumenti, suona con straordinaria scioltezza, durante la registrazione, soltanto il clarinetto alto; “Suonava semplicemente meglio in quell’ambiente. Lo strumento stesso ha influenzato le dinamiche del nostro gruppo e suonarlo in questo contesto ha costituito una esperienza assai diversa dal farlo con Coscia, per esempio. Suonare il clarinetto alto con una musica più quieta richiede una disciplina e un controllo maggiori.”

Il passaggio da “Angela” a “El Grillo” è uno di quelli difficili da superare con indifferenza- ma come riconobbe Josquin Desprez più di 500 anni fa, il grillo è un’istancabile cantore di canzoni d’amore, senza confronti sul suo terreno, per così dire! Verso la fine della loro interpretazione, Petrin e Trovesi fanno sperimentare all’insetto balzi da cosacco, una metamorfosi inattesa. Le parole che si possono udire corrispondono a Maras che legge il testo di Josquin sulle caratteristiche canore dei grilli.

Sia Petrin(che ha pubblicato poesie oltre ad essere ben conosciuto come musicista) che Maras hanno lavorato estensivamente con il testo. “Particolare di J. Donne” trae la sua origine da una performance in cui Maras accompagnava letture, mettendo a confronto gli incomparabili versi di John Donne con la musica del compositore fiammingo Tielman Susato, morto nel 1562, una decade prima della nascita del poeta inglese. Non rimangono parole in “Particolare di J. Donne”, sono tutte evaporate, ma un ascolto attento individua scheggie sonore di Susato.

All’introduzione di “Angela”, da parte di Trovesi, Umberto Petrin prontamente contrappone “Amsterdam”. “Tra le canzoni moderne “ non riuscivamo ad andare oltre la lettera A”, butta lì Trovesi. É da lungo tempo che Petrin ha una speciale predilezione per Jacques Brel che si staglia tra un manipolo di eroi comprendente Scriabin e Thelonious Monk, Richard Strauss e Lennie Tristano. Il trattamento cui il trio sottopone “Amsterdam” fa piazza pulita di marinai ubriachi e straccioni che tristemente popolavano il porto in Brel. Trovesi prende un assolo che parla d’aria più pulita e fresca, e la modulazione della melodia richiama alla mente Coltrane alle prese con “Greensleeves”.

Nella sottosezione intitolata “Angeli Musicanti” il trio giustappone una propria ironica “Serenata” a “Matona mia cara” di Orlando di Lasso. Trovesi dichiara: “improviso su un motivo caraibico ma gli accordi vengono da Lasso”.

Matona mia cara, mi follere canzon
cantar sotto finestra, Lantze buon compagnon
Ti prego m' ascoltare, che mi cantar de bon
e mi ti foller bene come greco e capon
Com' andar alle cacce, cazzar con le falcon
mi ti portar beccacce grasse come rognon
Se mi non saper dire tante belle rason
Petrarcha mi non saper, nè fonte d' Helicon
Se ti mi foller bene, mi non esser poltron
mi urtar tutta notte, urtar come monton.


Il brano di Piatti “My Little Maid and I” (la mia piccola contadinella ed io) sembra una faccenda assai più innocente e alla mano. Segue “Canto Vago” di Petrin, scritto appositamente per questo progetto, che sottolinea l’idea di “immagine vaga” e a quanto mi risulta è ispirato a “Seagram Murals”di Mark Rothko; sebbene non vi sia nulla di così “espressionista astratto” nel pezzo che si rivela piuttosto misteriosamente attraente.

“Far, Far Away” è l’ultimo incontro con Piatti in programma e il trio d’improvvisatori mette a fuoco Palestrina, alla fine di un viaggio che può apparire eccentrico a chi ascolti solo jazz o sola musica antica, ma che segue invece una sua logica interna. “Vaghissimo Ritratto” è il suono di Gianluigi Trovesi che rende ragione dell’ampio raggio delle sue esperienze musicali. Il jazz, la musica rinascimentale e quella popolare in un nuovo bilanciamento, ben calibrato, che riflette sia l’identità culturale del clarinetto e la forza specifica delle combinazioni strumentali. La “vaga immagine” di Trovesi, Petrin e Maras illustra creativamente un altro rilevante capitolo della continua “riformulazione linguistica” in atto nell’ambito dell’improvvisazione europea.

Steve Lake
Traduzione e adattamento: Roberto Masotti

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